In cucina con Alex: in autunno, se Bordeaux fosse un colore, sarebbe….

Sarebbe il colore dei porcini che pullulano nelle foreste della penisola del Médoc. E’ tanto endemico il porcino qui, che il suo nome completo in francese è addirittura: “cèpe de Bordeaux”; è la seconda ricchezza del Médoc dopo il vino . Ovviamente, la gente di Bordeaux lo chiama “Cèpe du Médoc” perché i porcini non crescono nelle vie di Bordeaux, ma a Nord, in questo triangolo magico che è la penisola del Médoc. Nella prima stagione di Bordeaux e dintorni, avete incontrato uno stregone del mio paese che la gente chiama il tizio dei porcini tanto il tizio ha questa capacità soprannaturale a trovare dei porcini. Lo stregone non ha bisogno di rovistare i boschi, ma osserva la luna che gli indica i momenti giusti per andare a funghi. Ieri, il tizio dei porcini mi ha telefonato per dirmi che, in due giorni, aveva già trovato cinquanta chili di porcini. Io, incuriosito, sono andato a fare un giro nel bosco dietro casa mia e ne ho trovato circa due chili in una mezz’ora. Sarà lo strano clima di quest’anno in cui abbiamo avuto l’estate in settembre e ottobre, ma è un fatto: i porcini si trovano a tonnellate. Meno male per me perché porcini, gallinacci e finferle del Médoc sono alla base della mia alimentazione in autunno. Per questa rubrica di “In cucina con Alex” non vi propongo la ricetta bordolese per mangiare i porcini, ma una ricetta data da una ragazza formaggiaia di Loupiac in Alvernia che ho incontrato, l’altro giorno, al mercato dei prodotti regioniali d’Aquitania nel quartiere di La Bastide.

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Gli ingredienti: un rotolo di pasta sfoglia, porcini (ne ho utilizzato circa 600 g), un pezzo di formaggio tipo Cantal (la specialità di questa ragazza di Loupiac), uno scalogno,  prosciutto di paese circa 16 fette e un po’ di grasso d’anatra (potete sostituirlo con dell’olio d’oliva).

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A Bordeaux, i porcini si cucinano sempre della stessa maniera: sia in frittata, sia in padella con un trito di aglio e prezzemolo. Pulite (i porcini non si lavano mai) e tagliate i porcini e lo scalogno.

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Non è del burro, ma del grasso d’anatra. Una volta in Guascogna, non si utilizza né olio, né burro, ma solo grasso d’anatra per fare cuocere il cibo. Il grasso d’anatra è qualcosa che manda in bestia gli americani perché è all’origine del french paradox: la gente del Sud Ovest che utilizza il grasso d’anatra vive più a lungo anche dei giapponesi. Però non dite agli americani che la gente che utilizza il grasso d’anatro ha un altro segreto per vivere centenario, consuma meno zucchero dei nostri cugini americani. Potete sostituire il grasso d’anatra con dell’olio d’oliva, il gusto dei porcini sarà un po’ diverso.

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Fate rosolare i porcini con lo scalogno…

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Versate i porcini sul fondo di una tortiera precedentemente foderata con la pasta sfoglia…

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ricoprite i porcini con lo prosciutto….

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Lo prosciutto viene ricoperto di formaggio Cantal…Più semplice di questa ricetta, non credo che sia possibile…

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Al forno per circa 35 minuti. Da accompagnare con un’insalata verde e un bicchiere di Médoc o di Graves…

Buon appetito !

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In cui l’autore di questo blog si fischia un bicchiere di Monbazillac per accompagnare la crema al cioccolato della zia Hortense!

Prima di continuare il nostro viaggio nell’Entre-deux-Mers e scoprire la bellissima tenuta vitivinicola di un tizio che ebbe un premio Nobel, non per il suo vino però che non rompe tre zampe ad un’anatra secondo alcuni malintenzionati, ma per la sua opera letteraria, facciamoci una pausa per assaggiare la crema al cioccolato della zia Hortense e farsi un bicchiere di Monbazillac. Io sono un ragazzo facilmente influenzabile, una lettrice mi ha parlato del Monbazillac e mi ritrovo, una domenica mattina, sul mercato, a fare la fila davanti la bottegaia di vino. Lei mi fa dei segni disperati con le braccia e delle smorfie grottesche. Poi vedendo che non mi tolgo dalla fila, si mette a gridare a squarciagola: “Mi dispiace non ho più una bottiglia di vino bourru, e poi era buono, di Loupiac, ci vuole alzarsi più presto”. E tutta la fila di scoppiare dal ridere. Va bene, adesso tutto il mercato sa che ho una passione per il bourru e che sono pigro! Fa niente e mi metto a gridare anche io: “sono venuto, oggi, per comprare del Monbazillac per l’aperitivo e il dessert!” Lei vacilla sotto lo shock e tutta la fila smette di ridere per guardarmi con rispetto. Non sono più il tizio che mangia delle castagne arrostite accompagnate da bicchieri di bourru, ma il tizio che accompagna il suo foie gras con del vino di Monbazillac. Ho fatto un gran balzo nella scala sociale. Sono i tre euro che separano una bottiglia di Monbazillac a 6 euro da una bottiglia di bourru a tre euro che fanno tutta la differenza!  Quando arriva il mio turno, la bottegaia tenta di corrompermi con del Sauternes sfuso a cinque euro, ma resto inflessibile. No, una bottiglia di Monbazillac a sei euro, una di quelle che hanno l’etichetta, oggi mi sento un principe. E torno a casa, tutto aureolato di gloria, con la mia bottiglia di Monbazillac sotto il braccio…

Monbazillac, Sauternes, Jurançon, Cadillac, Pacherenc, Tariquet…sono tutti vini bianchi dolci della mia regione che si bevono all’aperitivo oppure al momento del formaggio o del dessert. Il Monbazillac è un vino che accompagna tradizionalmente il foie gras e i dolci.  È stata una rivoluzione copernicana per me, in Italia, scoprire che gli italiani prendono l’aperitivo al bar. Non mi ricordo, in vita mia, di aver preso un aperitivo in bar in Francia: mandarmi giù un bicchere di vino “dietro la cravatta” come diciamo da noi, sì; ma un aperitivo mai. Dove abito, è diverso. La gente preferisce prendere l’aperitivo a casa e quando mangia fuori lo prende sempre al ristorante. Oggi, vi faccio qualcosa di veloce e facile che potete abbinare con qualsiasi tipo di vino dolce: la crema al cioccolato della zia Hortense. Non ho di zia Hortense, solo che il nome fa pensare a qualcosa del passato come questa crema al cioccolato semplice, semplice. Comunque se avessi una zia Hortense, lei mi preparerebbe questo tipo di crema servita con un bicchiere di Monbazillac…

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Gli ingredienti:

  • 75 g di zucchero
  • 5 uova
  • 100 g di cioccolato
  • 60 cl di latte intero

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Preriscaldate il forno a 180 gradi. Sbattete leggermente le uova con lo zucchero….

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Portate ad ebollizione il latte…

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Tagliate il cioccolato a quadretti…

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Versate il latte sul cioccolato, mescolate bene….

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Aggiungete poco a poco il latte al cioccolato al composto uova-zucchero….

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Versate la crema in pirottini…io ho tutti i vizi e come potete vedere osservando i bicchieri, sono anche un amante della sangria!

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Mettete i bicchieri a bagnomaria in un piatto da gratin e fate cuocere tra 15 a 20 minuti (verificate la cottura con la punta di un coltello)

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Buon appetito! La cosa strana è che detesto la confettura di cotogna eppure il Monbazillac ha un retrogusto di miele, ma sopratutto di mela cotogna. Sarà che apprezzo questo frutto solo sotto forma liquida 🙂

Vino: in cui l’autore di questo blog si arrampica sulla montagna magica dei bordolesi per svelarvi uno dei segreti dei vini di Bordeaux!

Oggi, vi porto in una zona dove si fanno i vini bianchi dolci e secchi più rinomati dell’universo. Sono salito dalla sponda destra della Garonna fino alla cima della montagna dove si trova il piccolo paese di Sainte-Croix-du-Mont. Paese vitivinicolo dove si produce un vino dolce paragonabile a quello di Sauternes che si trova di fronte, sulla riva sinistra della Garonna. Secondo me, il Sainte-Croix-du-Mont è anche migliore del Sauternes. Diciamo che qui la gente non è razzista e non fa la differenza tra Sauternes, Cadillac, Loupiac, Barsac, Sainte-Croix-du-Mont…Solo che Sauternes è più conosciuto all’estero delle altre appellazioni della zona. Tutto qui. A Sainte-Croix-du-Mont siamo nell’Entre-deux-Mers perché la regione è situata tra due “mari”, che sono in realtà i due fiumi di Bordeaux: la Garonna e la Dordogna, è una regione collinare che ricorda anche un po’ certi paesaggi italiani. Invece sulla sponda sinistra della Garonna, la zona vinicola che costeggia il fiume dalla città di Langon fino a sud di Bordeaux si chiama le “Graves”, il limite occidentale di queste “Graves” è la foresta delle Lande di Guascogna. A sud di queste “Graves”, dove si producono vini bianchi secchi famosi nel Mondo intero (anche vini rossi, ovviamente), c’è una vallata  percorsa da un affluente della Garonna chiamato il Ciron e che costituisce un’eccezione nelle “Graves”, è la zona di Sauternes. Ecco per la lezione di Geografia! Quando siete in cima alla montagna di Sainte-Croix-du-Mont il vostro sguardo abbraccia tutto quello che vi ho descritto.

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Ma, non è la ragione per cui sono salito su questa montagna. Diciamo che è una montagna particolare, magica, unica al mondo, e che svela uno dei segreti dei vini di Bordeaux. Diciamo piuttosto dei vini di questa zona perché nel Médoc, dove abito, è ancora un’altra storia. La montagna di Sainte-Croix-du-Mont, a strapiombo della Garonna, racconta una storia geologica della regione, non è una montagna calcarea oppure di marmo, ma un Everest costituito da ostriche fossili che risalgono a 22 milioni di anni fa, quando l’Aquitania era sotto le acque dell’Oceano. In cima a questa montagna eravamo un po’ come in riva al Bacino di Arcachon cioè delle acque poco profonde in cui le ostriche hanno trovato condizioni ottimali per sistemarsi, ammucchiandosi fino a formare delle falesie. I terreni calcarei hanno permesso la fossilizzazione. Poi, l’oceano si è ritirato, le colline sono emerse e le ostriche si sono ritrovate in cima a queste “montagne”. Le ostriche fossilizzate e anche altre conchiglie di mare si ritrovano ovunque nel sottosuolo a sud di Bordeaux. Quindi non sono soltanto i viticoltori, i vitigni che siano Sémillon, Muscadelle, Sauvignon, Malbec, Carmenère…ecc, il clima oceanico, i fiumi, il sole che fanno certi vini di Bordeaux; non sono soltanto le “Graves” cioè la ghiaia che si trova nel suolo, ma sono anche le ostriche fossilizzate che si trovano nel sottosuolo insieme alla sabbia, all’argilla e al calcare che fanno di questa terra un “terroir” eccezionale.

 

Hermione: La signorina di Rochefort è entrata nel porto della Luna!

Ieri sera, la più bella fregata del mondo, l’Hermione, ha attraccato alla banchina d’onore davanti a Piazza della Borsa per sei giorni di festività. Spettacolo straordinario di vedere i moli gremiti di gente che applaudiva, rideva, piangeva e scattava a raffica la signorina. Tutta la giornata, mentre la fregata risaliva maestosamente l’estuario della Gironda per raggiungere Bordeaux, in ogni paesello in riva al fiume – e anche a Saint-Julien-Beychevelle dove, una volta, come il suo nome l’indica, le navi dovevano abbassare le vele per salutare gli abitanti ed i vigneti più rinomati dell’Universo – la gente ha invaso i porticcioli per inchinarsi al passaggio della signorina. Poi, quando l’Hermione è passata sotto il ponte d’Aquitania, per segnalare il suo arrivo nel porto della Luna, la “drôlesse” ha tirato una cannonata verso il vecchio quartiere di Bacalan già un po’ assopito. Durante sei giorni, si festeggerà la nave con tanti eventi organizzati sui moli e poi la nave si preparerà per la sua traversata verso gli Stati Uniti. Forse, vi ricordate che sono andato tranquillamente visitare l’Hermione a Rochefort perché quando i bordolesi hanno saputo che l’Hermione raggiungeva Bordeaux in ottobre, la cosa ha quasi suscitato una sommossa e il sito internet per prenotare i biglietti è andato in tilt in due minuti; nemmeno un concerto dei Rolling Stones avrebbe provocato un tale entusiasmo. Quindi non sono stato affatto deluso di non potere accostare la signorina; e poi era la follia. Tenterò di nuovo la mia chance domani. No, ieri sera, avevo un solo pensiero in testa: Il porto della Luna è tornato Grande!

Il Giappone? Un paese dietro casa mia!

Quest’estate, sono andato a vedere una bellissima mostra ad Arcachon intitolata Trenta sei vedute del bacino di Arcachon e che celebrava il pittore bordolese, Jean-Paul Alaux, e il centenario delle sue mitiche dodici stampe ispirate dal bacino di Arcachon e dai disegni di Hokusai. Se vi ricordate, in un precedente post, avevo già parlato di Hokusai perché il giapponismo è stato qualcosa di molto importante a Bordeaux. Quindi per celebrare il centenario di queste stampe, la mostra ha presentato anche dodici scatti dell’artista giapponese Lyu Hanabusa e dodici quadri del pittore bordolese Max Ducos. Il tutto raffigurando trenta sei vedute del bacino di Arcachon come esistono trenta sei vedute del Monte Fuji. Volete vedere a cosa assomiglia una stampa del bacino di Arcachon realizzata da Jean-Paul Alaux all’inizio del XX secolo?

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Jean-Alaux in un’intervista nel 1938 diceva: “Il Giappone? Gli squisiti paesi di Arcachon seminati ai piedi delle dune lungo le sabbie, con la sagoma scura dei pini storti ne danno l’illusione perfetta. Come vedendoli non pensare alle stampe di Hokusai o di Hiroshige, visioni giapponesi che, una volta, mi hanno ossessionato? E poi la duna del Pilat non è la vetta nevosa di un Fujiyama gigante?

Divertente e originale, no? Voglio dire raffigurare un bacino di Arcachon che assomiglia al Giappone, invece di utilizzare le sempiterne marine. Anch’io ho voluto, attraverso dodici scatti trovati su internet, mostrarvi il mio Giappone: dai nostri pini storti fino al nostro Fujiyama:

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Oceano: E sulla banchisa spunta un iceberg di pietra!

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E no, non stiamo camminando sulla banchisa e non navighiamo a bordo di un Titanic che si dirigerebbe verso il suo tragico destino. Il vento soffia, ma non è un vento gelido che vi trafora le ossa fino a gelarvi il midollo; non si sente lo scricchiolo del ghiaccio che si sgretola e che ha reso pazzi tanti esploratori; il colore blu  soprannaturale che avvolge questo strano universo non è dovuto ai ghiacciai. Allora dove siete quando guardate questo scatto? Sulla spiaggia di Capbreton nelle Lande di Guascogna dove l’artista, che purtroppo ci ha lasciato quest’anno, Sacha Ketoff, è riuscito a catturare un istante magico, il momento blu. Questo momento tanto particolare sul nostro litorale in cui la spiaggia di sabbia, il cielo e l’oceano prendono questo colore blu fino a confondersi. Quando si svolge il momento blu? Personalmente, io che vivo vicino all’oceano, non sono mai riuscito a vederlo, penso che sia qualcosa che succede a caso, che arriva quando non te l’aspetti più. E l’incongruo iceberg di pietra al centro dello scatto? Sembra un’oasi in mezzo a questo strano universo blu! E’ un vecchio bunker del vallo atlantico. Doveva durare mille anni, ma qui niente resiste all’Oceano, al vento e al sale e, dopo settant’anni, il mostro di cemento, rimodellato dalla natura, è diventato un rifugio per gli uccelli di mare ei granchi.

Estuario mon amour. Seconda parte.

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Se avete mancato la prima parte, cliccate qui! Jean-Pierre Gauffre che ha scritto un piccolo dizionario assurdo e impertinente di Bordeaux e della Gironda – e anche, se siete interessati, un piccolo dizionario assurdo e impertinente della vigna e del vino – scrive alla parola estuario: “Mississippi europeo. L’estuario della Gironda è il più vasto e il più pulito d’Europa. Ma ci vogliono tesori di persuasione per convincerne i turisti che assimilano le sue acque dai colori incerti e fiammeggianti all’inquinamento. Sono gli stessi, d’altronde, che hanno sempre difficoltà a capire che quando il corrente va verso l’Oceano, significa che la marea scende e non il contrario. Ecco perché soltanto gli autoctoni risentono veramente quello che succede sull’estuario. Ci si trova alla rinfusa: anguille, alose, nutrie e carrelet sulle sue sponde, isole nel suo mezzo. E anche fusti d’albero, pattumiere in plastica, reti per la pesca, tosaerba, per farla breve, tutto quello che può cadere dentro e inizia così un viaggio verso l’Oceano. Ma resta comunque il più pulito. Poiché ve lo diciamo!”

Vino: il vino 2014 è arrivato!

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Non a Bordeaux però perché la vendemmia non è ancora iniziata. Ma trovate già il vino bourru su tutti i mercati di Bordeaux; la roba deve venire dalla Provenza oppure dall’Alsazia. Non so per le altre regioni francesi o per l’Italia, ma qui, a Bordeaux, è la tradizione di bere quantità astronomiche di  vino bourru da settembre fino a novembre o dicembre. E’ il primo vino dell’anno, un vino dolce, torbido, non finito e che sta ancora fementando. Un casino da trasportare in macchina perché è semplicemente chiuso con una capsula forata per permettergli di respirare e dovete fare tutto il tragitto fino a casa con il vino tra i ginocchi. Non vi lasciate ingannare dalla parola “bourru” che significa aspro e rude in francese e che designa qui un vino dolce. Semplicemente “bourru” viene dal fatto che il vino sia torbido e fa riferimento alla “bourre” (la borra in italiano) cioè, secondo l’enciclopedia Treccani che ne dà la stessa definizione del francese, all’origine:  la tosatura, la cimatura, il cascame di lana usato per fabbricare feltri per imbottiture o per trame grossolane; oppure la fine e abbondante peluria che in certe razze di capre è coperta dal pelo lungo, la lanugine che in alcuni animali da pelliccia sta al disotto della giarra”. Notate che l’aggetivo “bourru” è usato anche per il latte appena munto. Di solito, dovete accompagnare il vino bourru con le caldarroste. Ma non è ancora arrivato il tempo delle castagne, anzi sembra ad un anno luce; annunciano ancora 31 gradi per oggi!

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Va bene si berrà comunque al dessert con un po’ di formaggio…

Salute!

 

Quando venite a Bordeaux, assaggiate questa leccornia tipica di Bordeaux, ma veramente TIPICA di Bordeaux!

Avete in mente quei giochi televisivi dove i candidati devono assaggiare dei piatti etnici tipici che gli indigeni trovano squisiti e i candidati disgustosi al limite della sopportazione? E io mi dico sempre che gli ideatori di quei giochi televisivi non avrebbero bisogno di andare all’altro capo del mondo per trovare dei piatti esotici e fare ridere il pubblico con un povero disgraziato costretto ad inghiottire un risotto alle cavallette oppure un delizio spiedino di scorpioni cotto alla brace, mandateci i candidati a Bordeaux e divertitevi a guardarli inghiottire un piatto di “tricandilles” tipicamente bordolese e vedrete che gli sfortunati rimpiangeranno la cucina asiatica o africana. Io, oggi, vorrei presentarvi un piatto tipico della tradizione bordolese che dovete assolutamente assaggiare almeno una volta quando venite a Bordeaux: “les tricandilles” ; questo piatto è quasi un test per provare la vostra capacità a diventare un vero bordolese. Ma rassicuratevi la metà dei bordolesi adorano le “tricandilles” e l’altra metà le odiano; comunque non è qualcosa che può lasciare indifferente. Oggi, trovare le “tricandilles” in un ristorante di questo nuovo Bordeaux reso asettico e creato per i turisti inglesi e cinesi non sarà tanto facile perché non si trovano nei menù turistici. E’ un pietanza che ha saputo conservare il suo nome guascone come le vecchie vie del quartiere Saint-Pierre – forse perché le “tricandilles” non esistono nelle altre regioni francesi; è qualcosa che è legato ad un altro Bordeaux, il vecchio Bordeaux di una volta: quello di Saint-Pierre, di Saint-Michel, del Mercato dei “Capucins”, quello del porto autonomo e degli scaricatori, quello dei contadini e degli operai….Detto questo le “tricandilles” si trovano facilmente nei supermercati nel reparto prodotti regionali ed in tutti i mercatini nei dintorni di Bordeaux. Ovviamente, i miei lettori italiani, avranno difficoltà con le “tricandilles” perché per esperienza, so che non dovete mai servire delle frattaglie se avete invitato degli italiani a casa,  appena vedono un sanguinaccio oppure dell’andouillette sulla tavola, scappano e non li rivedete mai più; e le “tricandilles” sono ancora qualcosa di più. Ma forse, tra i miei lettori, ci sarà l’eccezione che conferma la regola! Adesso vi spiego cosa sono le “tricandilles”

Le “tricandilles” sono dei pezzi dell’intestino tenue del maiale. Notate che questa squisitezza degna di un Re è abbastanza cara e costa circa 25 euro al Kg, ma non ho mai visto qualcuno inghiottire un kg di tricandilles. Contate circa 150 g ad persona. Ovviamente, le “tricandilles” sono vuote, lavate e cotte in un brodo aromatizzato con tante spezie. Poi preparate in vari modi. Il più semplice nel Médoc è farle cuocere intere alla griglia sulle braci di sarmenti di vigna oppure potete tagliarle in dadi e farle cuocere in padella. Comunque sia, le “tricandilles” sono sempre servite con un trito di aglio e prezzemolo; ma dal salsicciaio sono già pronta e basta farle rosolare in padella. Forse, mi direte: ma cosa c’è di speciale di mangiare queste “tricandilles”. E io vi risponderò: l’odore. Non l’avevo notato prima tanto sono abituato da bambino a mangiare le “tricandilles” ed è un amico, un giorno, che mi ha fatto la riflessione seguente: Ma cosa c’è che puzza di merda così a casa tua? ci sono dei problemi con la fognatura? Insopportabile sembra venire dalla cucina. E in fatto era il dolce profumo delle “tricandilles” che avevamo mangiato per il pranzo. A me piace l’odore, ma è vero che le “tricandilles” sono dei parti dell’intestino tenue del maiale quindi questo odore particolare non scompare mai completamente. Da allora, quando faccio le “tricandilles” spalanco bene le finestre, così tutto il quartiere sa cosa sto mangiando. Ma, vi assicuro che una volta che avete superato questo piccolo dettaglio  insignificante e proprio alle “tricandilles”, troverete le “tricandilles” squisite. Non so spiegarlo bene, è un’esperienza da fare: le “tricandilles” sono allo stesso tempo elastiche e croccanti, saporite con questo retrogusto di brodo aromatizzato. Insomma, una volta che avete cominciato ad apprezzare le “tricandilles” non smetterete mai più di mangiarne, per me è quasi una droga. Di solito le “tricandille” si mangiano con un’insalata verde quello che ho fatto. Di più sono davvero fortunato perché un’amica italiana mi ha portato una bottiglia di una straordinaria olio d’oliva del suo paese con cui ho condito l’insalata; altro che i bidoni di olio d’oliva corrotta che mi compro ogni tanto in Spagna. Le “tricandilles”, un’insalata verde e un bicchiere di Pomerol…vi darà certamente un’idea di cosa significa la felicità!

Bacino di Arcachon: tramonto 1914.

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Tramonto al Moulleau presso Arcachon, 1914, Jacques Henri Lartigue, autocromia stereoscopico. Io, in questo bellissimo e quieto scatto, ci vedo una scena di guerra. Gli elementi che, secondo me, indicano che stiamo assistendo ad una feroce battaglia sono il recinto che impedisce ai passanti di camminare sul basso della duna che è stata sicuramente seminata dagli uomini con degli oyat; le radici scoperte del pino marittimo ci indicano che la vecchia sentinella postata dagli uomini in avamposto per combattere l’erosione  sta soccombendo e giacerà alla prossima tempesta, morta, sulla sabbia; anche la fronda particolare del vecchio soldato, in accento circonflesso, ci indica la violenza inaudita della guerra, sono il vento e il sale che hanno scolpito l’albero, battaglia dopo battaglia, costringendolo a trovare delle strategie per sopravvivere alla guerra. Qui, una volta, i rari pastori che bazzicavano le lande con le loro greggi, morivano di malaria e dovevano spostare i loro villaggi annegati oppure insabbiati dopo ogni tempesta nel golfo di Biscaglia. Poi, gli uomini hanno deciso di attaccare battaglia contro l’oceano – sapendo che sarebbe una guerra infinita e persa in anticipo perché l’oceano non ha fretta – e hanno piantato pini marittimi per milioni e milioni per fissare le dune e rendere il paese vivibile; è la ragione per cui, in Aquitania, abbiamo la più grande foresta di pini marittimi del mondo. A volte l’oceano accorda una piccola tregua agli uomini e i discendenti dei pastori di una volta dimenticano che sono in guerra e edificano, in mezzo alla foresta, una sola e minuscola città balneare in riva all’oceano chiamata Lacanau-Océan per distinguerla di Lacanau-Ville che i pastori di una volta avevano avuto il buon senso di edificare lontano dall’oceano. L’oceano, che non ha fretta di vincere questa guerra, lascia fare per qualche decina di anni o per un secolo poi la guerra ricomincia e gli imbecilli che hanno costruito una casa o acquistato un appartamento a Lacanau-Océan devono essere sgomberati perché rischiano di essere inabissati. È una buona lezione che ci da l’oceano e gli uomini si rimettono a creare delle dune e a piantare dei pini marittimi per proteggere il nostro litorale. È una guerra che non finirà mai. Ecco a cosa stavo pensando mentre guardavo questo vecchio scatto del 1914.