In cucina con Alex: in autunno, se Bordeaux fosse un colore, sarebbe….

Sarebbe il colore dei porcini che pullulano nelle foreste della penisola del Médoc. E’ tanto endemico il porcino qui, che il suo nome completo in francese è addirittura: “cèpe de Bordeaux”; è la seconda ricchezza del Médoc dopo il vino . Ovviamente, la gente di Bordeaux lo chiama “Cèpe du Médoc” perché i porcini non crescono nelle vie di Bordeaux, ma a Nord, in questo triangolo magico che è la penisola del Médoc. Nella prima stagione di Bordeaux e dintorni, avete incontrato uno stregone del mio paese che la gente chiama il tizio dei porcini tanto il tizio ha questa capacità soprannaturale a trovare dei porcini. Lo stregone non ha bisogno di rovistare i boschi, ma osserva la luna che gli indica i momenti giusti per andare a funghi. Ieri, il tizio dei porcini mi ha telefonato per dirmi che, in due giorni, aveva già trovato cinquanta chili di porcini. Io, incuriosito, sono andato a fare un giro nel bosco dietro casa mia e ne ho trovato circa due chili in una mezz’ora. Sarà lo strano clima di quest’anno in cui abbiamo avuto l’estate in settembre e ottobre, ma è un fatto: i porcini si trovano a tonnellate. Meno male per me perché porcini, gallinacci e finferle del Médoc sono alla base della mia alimentazione in autunno. Per questa rubrica di “In cucina con Alex” non vi propongo la ricetta bordolese per mangiare i porcini, ma una ricetta data da una ragazza formaggiaia di Loupiac in Alvernia che ho incontrato, l’altro giorno, al mercato dei prodotti regioniali d’Aquitania nel quartiere di La Bastide.

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Gli ingredienti: un rotolo di pasta sfoglia, porcini (ne ho utilizzato circa 600 g), un pezzo di formaggio tipo Cantal (la specialità di questa ragazza di Loupiac), uno scalogno,  prosciutto di paese circa 16 fette e un po’ di grasso d’anatra (potete sostituirlo con dell’olio d’oliva).

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A Bordeaux, i porcini si cucinano sempre della stessa maniera: sia in frittata, sia in padella con un trito di aglio e prezzemolo. Pulite (i porcini non si lavano mai) e tagliate i porcini e lo scalogno.

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Non è del burro, ma del grasso d’anatra. Una volta in Guascogna, non si utilizza né olio, né burro, ma solo grasso d’anatra per fare cuocere il cibo. Il grasso d’anatra è qualcosa che manda in bestia gli americani perché è all’origine del french paradox: la gente del Sud Ovest che utilizza il grasso d’anatra vive più a lungo anche dei giapponesi. Però non dite agli americani che la gente che utilizza il grasso d’anatro ha un altro segreto per vivere centenario, consuma meno zucchero dei nostri cugini americani. Potete sostituire il grasso d’anatra con dell’olio d’oliva, il gusto dei porcini sarà un po’ diverso.

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Fate rosolare i porcini con lo scalogno…

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Versate i porcini sul fondo di una tortiera precedentemente foderata con la pasta sfoglia…

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ricoprite i porcini con lo prosciutto….

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Lo prosciutto viene ricoperto di formaggio Cantal…Più semplice di questa ricetta, non credo che sia possibile…

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Al forno per circa 35 minuti. Da accompagnare con un’insalata verde e un bicchiere di Médoc o di Graves…

Buon appetito !

In cui l’autore di questo blog si fischia un bicchiere di Monbazillac per accompagnare la crema al cioccolato della zia Hortense!

Prima di continuare il nostro viaggio nell’Entre-deux-Mers e scoprire la bellissima tenuta vitivinicola di un tizio che ebbe un premio Nobel, non per il suo vino però che non rompe tre zampe ad un’anatra secondo alcuni malintenzionati, ma per la sua opera letteraria, facciamoci una pausa per assaggiare la crema al cioccolato della zia Hortense e farsi un bicchiere di Monbazillac. Io sono un ragazzo facilmente influenzabile, una lettrice mi ha parlato del Monbazillac e mi ritrovo, una domenica mattina, sul mercato, a fare la fila davanti la bottegaia di vino. Lei mi fa dei segni disperati con le braccia e delle smorfie grottesche. Poi vedendo che non mi tolgo dalla fila, si mette a gridare a squarciagola: “Mi dispiace non ho più una bottiglia di vino bourru, e poi era buono, di Loupiac, ci vuole alzarsi più presto”. E tutta la fila di scoppiare dal ridere. Va bene, adesso tutto il mercato sa che ho una passione per il bourru e che sono pigro! Fa niente e mi metto a gridare anche io: “sono venuto, oggi, per comprare del Monbazillac per l’aperitivo e il dessert!” Lei vacilla sotto lo shock e tutta la fila smette di ridere per guardarmi con rispetto. Non sono più il tizio che mangia delle castagne arrostite accompagnate da bicchieri di bourru, ma il tizio che accompagna il suo foie gras con del vino di Monbazillac. Ho fatto un gran balzo nella scala sociale. Sono i tre euro che separano una bottiglia di Monbazillac a 6 euro da una bottiglia di bourru a tre euro che fanno tutta la differenza!  Quando arriva il mio turno, la bottegaia tenta di corrompermi con del Sauternes sfuso a cinque euro, ma resto inflessibile. No, una bottiglia di Monbazillac a sei euro, una di quelle che hanno l’etichetta, oggi mi sento un principe. E torno a casa, tutto aureolato di gloria, con la mia bottiglia di Monbazillac sotto il braccio…

Monbazillac, Sauternes, Jurançon, Cadillac, Pacherenc, Tariquet…sono tutti vini bianchi dolci della mia regione che si bevono all’aperitivo oppure al momento del formaggio o del dessert. Il Monbazillac è un vino che accompagna tradizionalmente il foie gras e i dolci.  È stata una rivoluzione copernicana per me, in Italia, scoprire che gli italiani prendono l’aperitivo al bar. Non mi ricordo, in vita mia, di aver preso un aperitivo in bar in Francia: mandarmi giù un bicchere di vino “dietro la cravatta” come diciamo da noi, sì; ma un aperitivo mai. Dove abito, è diverso. La gente preferisce prendere l’aperitivo a casa e quando mangia fuori lo prende sempre al ristorante. Oggi, vi faccio qualcosa di veloce e facile che potete abbinare con qualsiasi tipo di vino dolce: la crema al cioccolato della zia Hortense. Non ho di zia Hortense, solo che il nome fa pensare a qualcosa del passato come questa crema al cioccolato semplice, semplice. Comunque se avessi una zia Hortense, lei mi preparerebbe questo tipo di crema servita con un bicchiere di Monbazillac…

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Gli ingredienti:

  • 75 g di zucchero
  • 5 uova
  • 100 g di cioccolato
  • 60 cl di latte intero

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Preriscaldate il forno a 180 gradi. Sbattete leggermente le uova con lo zucchero….

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Portate ad ebollizione il latte…

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Tagliate il cioccolato a quadretti…

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Versate il latte sul cioccolato, mescolate bene….

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Aggiungete poco a poco il latte al cioccolato al composto uova-zucchero….

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Versate la crema in pirottini…io ho tutti i vizi e come potete vedere osservando i bicchieri, sono anche un amante della sangria!

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Mettete i bicchieri a bagnomaria in un piatto da gratin e fate cuocere tra 15 a 20 minuti (verificate la cottura con la punta di un coltello)

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Buon appetito! La cosa strana è che detesto la confettura di cotogna eppure il Monbazillac ha un retrogusto di miele, ma sopratutto di mela cotogna. Sarà che apprezzo questo frutto solo sotto forma liquida 🙂

In cui l’autore di questo blog vi prepara semplicemente il più famoso dolce di Francia!

Tutti i pasticcieri francesi sognerebbero di sapere fare questo dolce, ma nessun membro di questa professione è riuscito ancora a risolvere l’enigma di questo dolce. Certi sarebbero pronti a vendere la propria madre oppure la loro anima al diavolo per la ricetta di questo dolce, ma sopratutto per acquistare l’abilità dei due o tre pasticcieri francesi che ne conoscono il segreto. Ladurée e Hermé hanno proposto  miliardi  e tutti i loro macarons solo per aver un indizio sul modo di fare il dolce. Invano. Questo dolce è il segreto di una famiglia incorruttibile, segreto che si trasmette da una generazione all’altra nella famiglia Artigarrède che possiede una pasticceria a Oloron Sainte-Marie nel Béarn. Questo dolce si chiama il “Russo” perché sarebbe originario di questo paese, per essere più preciso della penisola di Crimea. Non è dunque la famiglia Artigarrède che l’ha inventato ed è anche un dolce abbastanza conosciuto in Francia dal XIX secolo. Solo che la famiglia Artigarrède ha modificato il “Russo” con qualche ingrediente segreto  fino a renderlo sublime. Il dolce è diventato mitico per tutti i pasticcieri francesi, una specie di santo Graal di cui ci vorrebbe scovare il segreto. Posso anche dirvi che la famiglia Artigarrède potrebbe essere milionaria con il “Russo” e possedere già 40.000 pasticcerie in Francia e nel Mondo, ma non è interessata perché non vuole svelare il mistero del “russo” e quindi si accontenta della piccola pasticceria di Oloron-Sainte-Marie e di due altre a Tarbes e Pau. Dunque, se volete assaggiare il più rinomato dei dolci francesi, dovete fare il viaggio in Guascogna. Io non ho la pretesa di fare un “Russo” che assomiglierebbe, anche da lontano, a quello  della famiglia Artigarrède, ma ve ne propongo una versione sul cammino della busca del “Russo” perfetto.

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Gli ingredienti:

Per la dacquoise (vi ho già parlato di questo biscotto a base di meringa che è una specialità del Sud Ovest della Francia)

  • 6 albumi d’uovo
  • 100 g di zucchero
  • 80 g di farina di mandorle
  • 10 g di farina
  • 25 g di zucchero a velo

Per la crema al burro al pralin:

  • 4 tuorli d’uovo
  • 150 g di zucchero
  • 300 g di burro freddo
  • 140 g di pralin (io ho utilizzato 100 g di pralin e 40 g di nocciole tritate)

Siete pronti? Allora, cominciamo con la dacquoise…
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Preriscaldate il forno a 180 gradi. Montate i bianchi a neve. Incorporate lo zucchero…

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Setacciate lo zucchero a velo con la farina e la farina di mandorle…

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Amalgamate delicatamente il composto ai bianchi montati a neve. E abbiamo la dacquoise: il biscotto più semplice sul pianeta Terra!…

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Avete bisogno di una semplice spatola per stendere la dacquoise su una placca rivestita di carta forno. Non dimenticate di spolverare un po’ di zucchero a velo sopra la dacquoise. Siete forti in geometria? Allora, fate un rettangolo di 1 cm di spessore…

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Fate cuocere la dacquoise per….Dipende un po’ dal forno di ognuno. Io che non ho un forno potente, devo contare 25 minuti per ottenere questo risultato. Comunque, sorvegliate il biscotto e quando ha preso un bel colore, è pronto. C’è una regola per la dacquoise: croccante sopra, morbido sotto. Bene la dacquoise è pronta. Lasciatela raffreddare.

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Adesso prepariamo la crema al burro: sbattete i tuorli con un cucchiaino di zucchero…

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fino ad ottenere un composto chiaro….

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Preparate uno sciroppo con lo zucchero e 30 g d’acqua e lasciate bollire fino a quando lo sciroppo raggiunge la temperatura di 120 gradi. E’  la difficoltà della ricetta, ci vuole aver un termometro da cucina. Lo trovate in ogni supermercato per qualche euro.

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Versate lo sciroppo nel composto senza smettere di mescolare. Poi aggiungete il burro tagliato a pezzi…

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Mescolate energicamente perché dovete ottenere una crema! Aggiungete il pralin e le nocciole tritate…

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Il risultato. Riservate in frigo almeno 10 minuti.

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Tagliate la dacquoise in due…

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Spalmate una metà della dacquoise con la crema al burro….

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ricoprite la crema al burro con l’altra metà della dacquoise. Ritagliate i bordi, se volete aver qualcosa di perfetto.

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Spolverate il “Russo” di zucchero a velo, è probabilmente lo zucchero a velo che ha dato il nome a questo dolce, non pensate? Riservate un giorno intero in frigo…

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Il “Russo” non si porta mai intero a tavola. Dovete tagliare dei quadretti! (nel mio caso sono piuttosto dei quadri!).

Buon appetito!

In cucina con Alex: viaggio a Dax nel paese delle Lande di Guascogna!

Oggi, vi propongo una ricetta tipica del Sud Ovest della Francia: la dacquoise. La dacquoise designa un’abitante della piccola città termale di Dax oppure un biscotto originario di questa città che è in realtà una meringa alle mandorle. Si dice che la dacquoise deve essere croccante come una meringa sopra e morbida come un finanziere sotto. Ah queste ragazze landesi! Io ne compro ogni settimana in pasticceria perché è un biscotto molto comune nel Sud Ovest della Francia. La fama della dacquoise ha superato da tempo i confini della Guascogna perché è un biscotto quasi immancabile e viene utilizzato ovunque in Francia come biscotto base ad un numero incalcolabile di dolci e entremets. Se volete è l’equivalente del pan di Spagna per gli italiani. Oggi, vi faccio un entremets con una base di dacquoise, ma niente paura, qualcosa di facile facile.

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Gli ingredienti :

Per la dacquoise:

  • 3 albumi d’uovo
  • 80 g di farina di mandorle
  • 80 g di zucchero a velo
  • 20 g di zucchero

Per la mousse:

  • 40 cl di panna acida
  • 100 g di cioccolato (pralinato, al latte, fondente…ecc..)
  • 100 g di cioccolato fondente
  • 3 o 4 pere

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Preriscaldate il forno a 180 gradi. Montate i bianchi a neve. Incorporate i 20 g di zucchero.

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In una ciotola, mescolate la farina di mandorle con lo zucchero a velo.

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Amalgamate delicatemente il composto ai bianchi montati a neve. Avete la dacquoise! Resta solo a fare cuocere la ragazza!

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La dacquoise è compatta quindi potete darle la forma che volete. Io ho scelto il fondo di uno stampo a cerniera che ho rivestito di un disco di carta forno. Francamente non c’è bisogno di una sacca a poche (sic), una semplice spatola per stendere la dacquoise farà perfettamente l’affare.

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Ecco la dacquoise pronta dopo 25 minuti di cottura a 180 gradi. Lasciatela raffreddare.

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Bene. Adesso facciamo la mousse. Vi siete procurati la panna acida e avete uno sbattitore elettrico a casa?

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Allora, sapete fare la chantilly francese! Sbattete la panna acida fino ad ottenere una Chantilly ben ferma.

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Sciogliete a bagnomaria 100 g di cioccolato. Quello pralinato se avete scelto due tipi di cioccolato diversi.

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Sbattete il cioccolato con cinque cucchiai di Chantilly…

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E avete già il primo strato dell’entremets!

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Ho utilizzato un cerchio di metallo per una questione di presentazione…

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Stendete il cioccolato alla Chantilly sulla dacquoise e riservate in frigo.

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Tagliate le pere a pezzetti.

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Fate di nuovo uno strato di mousse al cioccolato con il resto di Chantilly e i 100 g di cioccolato fondente.

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Aggiungete all’impasto dei pezzetti di pere e mescolate bene.

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Distribuite il composto cioccolato, Chantilly, pere sul primo strato di mousse al cioccolato. L’entremets è finito.

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riservate la dacquoise almeno 6 ore in frigo prima di servire.

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Buon appetito!

 

 

In cucina con Alex: il tiramisù alla moda di Bretagna!

Soizic, che è il diminutivo di Françoise in bretone, una collega originaria della Bretagna mi ha dato, qualche tempo fa, la sua famosa ricetta di tiramisù alla moda di Bretagna; insomma la ricetta del tiramisoisic! E io l’ho fatta questa domenica perché l’altro giorno con un’altra Soizic, italiana colei, tra mille argomenti, abbiamo parlato anche di tiramisù mentre passeggiavamo nelle viuzze di Bordeaux…

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Gli ingredienti:

Per il caramello al burro salato:

  • 100 g di zucchero
  • 20 cl di panna
  • 40 g di burro salato

Per il tiramisù

  • 8 palet bretoni (i biscotti si chiamano così perché la parola “palet” designa una pietra piatta e rotonda; anche per certi giochi o sport, il disco si chiama “palet” in francese tipo Hockey su ghiaccio)
  • 200g di mascarpone
  • 2 cucchiai di zucchero
  • due uova

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Fate caramellare lo zucchero senza mai mescolare ….

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Fuori dal fuoco, aggiungete poco a poco la panna che avrete fatto scaldare in una pentola e mescolate bene. Rimettete il caramello su fuoco dolce e aggiungete il burro tagliato a pezzi. Lasciate cuocere qualche minuto.

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Versate il caramello al burro salato in un vasetto per marmellata. Lasciate raffreddare poi mettetelo in frigo. Si conserva bene ed è sicuramente meglio della Nutella per la collazione. D’altronde, i bretoni lo utilizzano per quasi tutte le  preparazioni e non solo le crêpe!

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Sbattete i tuorli con lo zucchero…

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Aggiungete il mascarpone e mescolate bene…

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Montate i bianchi a neve…

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Incorporate delicatamente i bianchi al composto…

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Ma guardate come è bello il nostro caramello al burro salato! Sbriciolate i palet con la mano, non è difficile perché come tutti i biscotti bretoni, l’ingrediente principale è il burro.

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Versate sul fondo di un bicchiere uno strato di biscotti sbriciolati…

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Versate un po’ di caramello sui biscotti sbriciolati…

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E la metà del composto al mascarpone…

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Poi, si ricomincia l’operazione: un nuovo strato di biscotti, un tratto generoso di caramello al burro salato e l’altra metà del composto al mascarpone. Riservate in frigo per almeno quattro ore…

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Prima di servire: un nuovo strato di caramello che cospargerete di biscotti sbriciolati…

A tavola!

La cucina dei moschettieri: lo hamburger di D’Artagnan!

La cucina dei moschettieri è stata una trasmissione di cucina faro della televisione regionale d’Aquitania che poi ha avuto un successo nazionale che ha fatto della cuoca, Maïté, una star della televisione francese. Mi ricordo che quando tornavo dal liceo a mezzogiorno, mia nonna mi mandava dal greco che faceva l’angolo con quattro soldi per comprare un panino perché lei aveva preparato un bel niente e comunque non voleva essere disturbata durante la cucina dei moschettieri. In questa trasmissione si cucinava soltanto cucina guascone quindi dimenticate il cliché sui francesi che cucinano tutto al burro perché in Guascogna si cucina tutto al grasso d’anatra. Le ricette presentate erano anche adattate dal libro scritto da Alexandre Dumas sulla cucina e anche se la nonna aveva il libro a casa, si sedeva con un quaderno per notare le ricette. La trasmissione metteva anche in valore i prodotti tipici del Sud Ovest della Francia e si diceva che alla televisione regionale d’Aquitania c’era la più bella mensa di Francia. Il successo della cucina dei moschettieri non era solo dovuto a questa cucina regionale, ma anche alla cuoca, Maïté, e alla sua comare, Micheline, che la assisteva. Le due donne erano quasi dei personaggi di commedia, di carnevale bordolese. Maïté, la cuoca, veniva da un paese sperduto, Rion, nelle Landes di Guascogna; è la guascone tipica. Lei parla con un forte accento landese, è generosa, punteggia le sue frasi di termini dialettali, fa delle digressioni, si arrabbia quando le cose non vanno come lei vorrebbe, non segue le ricette e cucina tutto all’istinto ma non transige su due cose cioè un piatto guascone deve sempre contenere uno dei due ingredienti seguenti : Armagnac o grasso d’anatra, è la regola. Un’altra regola è che questi piatti guasconi devono essere sempre pantagruelici. Prima di questa trasmissione di cucina, Maïté  cucinava per gli impiegati della SNCF. Lei ha una passione per i cani e ha un marito chiamato Pierrot. Una coppia un po’ felliniana perché Maïté è generosa e questo Pierrot deve pesare quaranta chili tutto bagnato come diciamo in francese. Secondo Maïté il marito è sempre al lavoro è la ragione per cui non lo vediamo mai nella trasmissione. Ma il telespettatore dietro lo schermo indovina bene che il tizio deve essere a funghi oppure a cacciare il colombaccio. Micheline che assiste Maïté in cucina senza mai toccare una padella ha un ruolo essenziale cioè canalizzare il temperamento volcanico di Maïté; è Micheline che conosce le ricette e guida Maïté che altrimenti annaffierebbe tutto con litri di Armagnac. Micheline spiega anche al telespettatore cosa sta facendo la sua fottuta comare landese e cosa significano le imprecazioni in dialetto di Maïté. Il lato divertente della trasmissione è che le due donne provengono da due universi agli antipodi e anche se Micheline parla con un leggero accento guascone, è un accento bordolese e Micheline si esprime sempre in un francese sostenuto e anche prezioso che talvolta Maïté ha delle difficoltà a capire. Micheline è un’intellettuale, specialista e critica rinomata di musica classica, che durante la trasmissione con Maïté fa sempre delle battute pieno di spirito che placano gli impeti di Maïté. L’incontro improbabile di queste due donne ha fatto il successo della trasmissione. Poi quando la trasmissione è stata diffusa al livello nazionale, le due donne hanno troncato i rapporti e la trasmissione, senza Micheline, ha perso tutto il sale. Di più le ricette sono diventate più elaborate e hanno perso il loro carattere guascone e quando Maïté è diventata una star, mia nonna non guardava già più la trasmissione. La ricetta scherzosa proposta dalle due comari all’occasione della centesima puntata della cucina dei moschettieri è quella di uno hamburger, ma non un volgare hamburger tipo McDonalds, uno hamburger rivisitato alla moda di Guascogna!

 

Micheline: Allora, avrete diritto ad una ricetta eccezionale….

Maïté: Inedita.

Micheline: Inedita. Una ricetta che non troverete in nessun libro di cucina. Questo ve lo assicuro. Che vedrete fare raramente. Che non mangerete quasi mai. Ma cose in fondo che ci preparate, Maïté?

Maïté: Bene, vado a cucinare uno hamburger di Rion perché non siamo in America qui, siamo a Rion. Euh…Assolutamente come si fa a casa nostra.

Micheline: Allora, Maïté, di cosa abbiamo bisogno per preparare questa ricetta?

Maïté: Poca roba. Un piccolo pane di campagna, un medio. C’è più grosso. Ecco…che tagliamo in due…è di questo che abbiamo bisogno. Dopo, di sopra, ci metto qualche foglia di insalata, dei ventrigli, delle lamelle di magret e del foie gras caldo. Richiudiamo il coperchio e possiamo mangiare.

Micheline: Ma questo è uno hamburger che prova la buona salute dei landesi!

Maïté: Esattamente…

Micheline: Allora procediamo.

Maïté: ho fatto rosolare il mio foie gras, i magret…

Micheline: i ventrigli prima che avevamo già versato sull’insalata…

Maïté: Va da sé che ci vuole un’insalata…

Micheline: Allora, voi disponete cosi…

Maïté: Non è tanto difficile. Non togliamo il grasso perché è buono…

Micheline: Nutrisce!

Maïté: Nutrisce il suo uomo.

Micheline: Allora, uno strato di magret…

Maïté: Ma non è difficile…

Micheline: “Voglio” come si dice qui!

Maïté: Ne resta un piccolo qui…

Micheline: E dopo il foie gras?

Maïté: Ecco. Non possiamo dire che sia nutriente, nutriente, ma non è brutto. Ecco, mio piccolo là.

Micheline: E il coperchio sopra. Ma è questo che lei da a Pierrot ogni giorno?

Maïté: Nella Gavetta…

Micheline: E lui porta questo al suo lavoro?

Maïté: Sì è per lo spuntino…

Micheline: Ma io vi ho portato quello di Bordeaux, così avrete la scelta!

Maïté: Santa Vergine Maria. Ma chi sono i malati che hanno fatto questo!

Micheline: Anche voi avrete la scelta adesso : lo hamburger classico, tradizionale, il modello del genere. Non ridete! Oppure lo hamburger di Maïté di Rion des Landes.

Maïté: Santa vergine Maria. Bisogna aver ucciso padre e madre per mangiare questo….

In cucina con Alex: Altro che Tiramisù, il dolce al cioccolato ubriaco di Guascogna!

Cosa hanno in comune il dolce al cioccolato ubriaco di Guascogna e il Tiramisù che è diventato da qualche anno il dolce preferito dei francesi? Quasi niente tranne i savoiardi e il fatto che sono dolci che dovrebbero dare una sferzata. Ma, il dolce al cioccolato ubriaco di Guascogna dà veramente una sferzata perché si utilizza il Cognac o l’Armagnac e non solo i savoiardi sono passati nell’Armagnac, ma anche il cioccolato viene ubriacato per dare più gusto al dolce. Francamente, cari amici italiani, se già chiamate tiramisù dei savoiardi passati nel caffè con del Mascarpone, non vi consiglio di assaggiare il nostro dolce al cioccolato ubriaco di Guascogna!

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Gli ingredienti:

  • 200 g di cioccolato
  • 2 cucchiai di acqua
  • 1 bicchiere mezzo pieno di Armagnac (corrisponde a quello che vedete sopra nella foto)
  • 100 g di burro
  • 2 uova
  • 80 g di mandorle in polvere
  • 24 savoiardi (in francese possono essere di due tipi : biscuits à la cuillère e boudoirs)

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La ricettà è facile facile! Sciogliete il cioccolato a bagnomaria con una noce di burro. Quando il cioccolato è liscio, aggiungete due cucchiai di Armagnac. Mescolate bene e lasciate raffreddare…

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Lavorate il burro con una frusta fino a renderlo cremoso…

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Aggiungete lo zucchero, i due tuorli e sbattete bene il composto…

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Adesso, incorporate le mandorle in polvere…

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Poi, il cioccolato raffreddato…

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Montate i bianchi a neve…

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e incorporateli delicatamente al composto…

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Il risultato!

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Mescolate l’Armagnac restante con due cucchiai di acqua. Passate velocemente, uno alla volta, la metà dei savoiardi nell’Armagnac e disponeteli sul fondo del contenitore…

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Versate la preparazione al cioccolato sopra i savoiardi….

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Fate un secondo strato con il resto dei savoiardi inzuppati di Armagnac. coprite il dolce e riservatelo in frigo. Potete metterlo anche nel congelatore per la notte e tirarlo fuori un’ora prima di servire, sarà ancora migliore!

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Buon appetito!

In cucina con Alex : Il sushi ? un’invenzione bordolese !

Ovviamente, su questo blog, potrei presentarvi solo i menù turistici composti da foie gras, confit, insalate landesi…ecc…che potete trovare in ogni ristorante di Bordeaux e che sono delle specialità, non solo di Bordeaux, ma del Sud-Ovest della Francia, dal Perigord fino ai Paesi Baschi. Ma siccome sono un ragazzo di Bordeaux, voglio farvi scoprire anche delle cose veramente tipiche della regione di Bordeaux e che non si mangiano nei ristoranti perché non sono adattate ai gusti dei nostri visitatori. Cominciamo questa nuova rubrica con un classico dell’estuario della Gironda che si mangia solo in estate : le sardine. In bordolese, questo pesce si chiama royan come la città alla bocca dell’estuario della Gironda. Volete il perché ? Semplicemente perché gli antichi bordolesi pescavano questo pesce al largo di questa città e non al largo della Sardegna. In estate, tutto il Médoc è ammorbato, non solo dalla poltiglia bordolese, ma anche dall’odore di sardine grigliate. Ogni evento, kermesse, ballo, torneo di calcio, è l’occasione di fare una “sardinade” cioè una sagra dedicata alla sardina. Quei royan si mangiano da millenari nell’estuario della Gironda. Il metodo bordolese più tradizionale per mangiare le sardine non è la griglia. Assolutamente no. Il metodo più classico e che piace di più ai veri bordolesi (e anche all’autore di questo blog) e quello descritto sotto. Vi ho già detto che la cucina bordolese è qualcosa di molto semplice e che solo la qualità del prodotto conta. La prova con questa ricetta tipica di Bordeaux.

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Dovete acquistare le sardine freschissime, presto la mattina quando il pescivendolo torna dalla vente di Royan.

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Lavate e pulite il pesce, togliete la testa e la lisca e la nostra ricetta bordolese è quasi finita.

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Una fetta di pane di Guascogna spalmato di burro degli Charentes….

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mettete sopra la sardina con un po’ di fior di sale. Non c’è niente di meglio al mondo che valga questa leccornia. (anche per la merenda).