La piccola vergogna di essere un uomo.

Credo che una delle ragioni dell’arte e del pensiero sia una certa vergogna di essere un uomo. La persona, l’artista, lo scrittore che l’ha detto nel modo più profondo credo sia Primo Levi. Ha saputo parlare di questa vergogna di essere un uomo e l’ha fatto ad un livello estremamente profondo. È in seguito al ritorno dai campi di sterminio che dice: «quando sono stato liberato, prevaleva la vergogna di essere un uomo». È una frase allo stesso tempo splendida, molto bella, per nulla astratta, è molto concreta, la vergogna di essere un uomo. Ma non significa le sciocchezze che rischiamo di farle dire, non vuol dire che siamo tutti assassini, o che siamo tutti colpevoli, ad esempio siamo tutti colpevoli di fronte al nazismo. Primo Levi lo dice in modo ammirevole: «non significa che i carnefici e le vittime siano gli stessi», non ce lo faranno mai credere, C’è molta gente che ci spiega che «sì, siamo tutti colpevoli», eh no, per niente, non confonderemo mai la vittima e il carnefice. Allora la vergogna di essere un uomo non vuol dire che siamo tutti uguali, siamo tutti compromessi…ma significa molte cose […]

La vergogna di essere un uomo significa allo stesso tempo «come degli uomini hanno potuto fare questo? Degli uomini», ovvero altri come me, «come hanno potuto farlo?». E secondariamente «come ho fatto a scendere a patti, non sono diventato un boia, ma sono comunque sceso a patti abbastanza da sopravvivere». E poi «una certa vergogna precisamente di essere sopravvissuto al posto di alcuni amici che invece non sono sopravvissuti». La vergogna di essere un uomo è un sentimento estremamente complesso. Credo che alla base dell’arte ci sia questa idea….o questo sentimento molto vivido…una certa vergogna di essere un uomo che rende l’arte ciò che libera la vita imprigionata dall’uomo […]

Quando parlo della vergogna di essere un uomo non è nemmeno nel senso di Primo Levi. Perché se osiamo dire una cosa del genere…Ciascuno di noi, nella vita quotidiana incontra eventi microscopici che suscitano la vergogna di essere un uomo. Assistiamo a una scena in cui qualcuno è davvero eccessivamente volgare, non facciamo una scenata, siamo a disagio, siamo a disagio per lui, siamo a disagio per noi stessi perché daremo l’impressione di sopportarlo, anche qui sigliamo un compromesso, e se protestassimo, dicendogli: «che vergogna!», ne faremmo un dramma, siamo in trappola. Non è paragonabile ad Auschwitz, ma persino a questo livello microscopico c’è una piccola vergogna di essere un uomo […] (Gilles Deleuze).

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