Don Chisciotte a Saint-Émilion

L’anno scorso, a prossimità di Saint-Émilion, sulla strada di Bergerac, abbiamo visitato, a Saint-Michel-de-Montaigne, la mitica biblioteca di Montaigne che ha fatto sognare generazioni di scrittori. Ma dovrei piuttosto scrivere “ho visitato” perché questo divertente post che dissacrava un po’ l’amico Montaigne, quasi nessuno l’ha letto ! Forse, i lettori di Bordeaux e dintorni non sono fan di Albert Manguel, Jorge Borges e altri Umberto Eco. Comunque, non voglio restare su questo insuccesso ! Oggi torniamo a Saint-Emilion, ma non sulle tracce di Montaigne, ma piuttosto quelle di Cervantes. Io amo Don Chisciotte alla follia. È un amore recente. Un amico mi ha regalato il libro in formato tascabile qualche anno fa. Non volevo leggerlo, ero pieno di pregiudizi, pensavo che fosse un libro difficile da leggere, noioso. E poi, un giorno che non avevo niente da leggere, l’ho aperto e sono ancora, oggi, sotto  shock. Tutto il merito alla traduttrice, Aline Schulman, che ha saputo evitare gli arcaismi, rispolverare le pesantezze accumulate da secoli di traduzioni più o meno buone o scarse per restituirci il testo nella sua incredibile modernità. Insomma, leggiamo il testo come i contemporanei di Cervantes l’hanno ricevuto.

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Forse mi chiederete : ma perché Saint-Émilion ? Perché dobbiamo andare a Saint-Émilion per trovare Don Chisciotte ? E io vi risponderò : perché a Saint-Émilion non ci sono solo le colline, la città medievale, i vigneti più famosi del mondo, i turisti cinesi che mandano giù bottiglie di vino a 15000 euro come se fossero acqua minerale….A 4 km a nord di  Saint-Émilion c’è “Montagne”, un piccolo paese,  un’altura come dice il suo nome, dove gli olandesi – i cinesi di una volta – hanno costruito, nel XVII secolo, dei mulini a vento  come quelli che si trovano nel romanzo di Cervantes. Lasciamo la città di Saint- Émilion, affollata di turisti, per recarsi un po’ a nord nella tranquillità dei vigneti e della natura. Non per cercare, come Don Chisciotte, a verificare se quello che è scritto nei romanzi di Cavalleria è vero, ma semplicemente perché vorrei leggere il libro in cima ad un mulino ed immaginare la famosa scena nella quale Don Chisciotte combatte contro i mulini a vento (anch’io sono un po’ pazzo !). Siccome tutti  i lettori di questo blog non sono francofoni, inserisco nel post una traduzione italiana di Don Chisciotte, trovata su internet (wikisource). Alla fine del post, la straordinaria traduzione francese di Aline Schulman tratta dal mio esemplare di Don Chisciotte.

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Ed ecco intanto apparire trenta o quaranta mulini a vento, che si trovavano in quella campagna. Non appena don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere:

– La fortuna guida le cose nostre meglio di quanto possiamo desiderare. Vedi là, amico Sancio, che appariscono trenta, o poco più giganti smisurati? lo penso di azzuffarmi con loro, e mandarli all’altro mondo, per cominciare ad arrícchirmi delle loro spoglie. É guerra onorata ed è un servire Iddio togliere dalla faccia della terra così trista genia.

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– Dove sono i giganti? – disse Sancio Panza.

– Quelli che vedi laggiù, – rispose il padrone – con quelle braccia tanto lunghe, che qualcuno le ha quasi di due leghe.

– Guardi bene la signoria vostra, – soggiunse Sancio – che non
sono giganti, ma mulini a vento, e quelle che paiono braccia, sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino.

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– Si capisce, – disse don Chiscìotte – che non sei pratico di avventure: quelli sono giganti, e se hai paura, fatti in disparte e mettiti a pregare, mentre io vado a combatter con essi una fiera e disuguale tenzone.

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Detto questo, spronò Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo ch’erano senza dubbio mulini a vento e non giganti quelli che andava ad assaltare. Ma egli s’era tanto fitto in capo che fossero giganti, che non udiva più le parole di Sancio, nè avvicinandosi arrivava a capire che cosa fossero veramente; anzi, gridava a gran voce: « Non fuggite, codarde e vili creature, che il cavaliere che viene con voi a battaglia è un solo e voi siete in molti ».

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A un tratto si levò un po’ di vento e le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi. Allora don Chisciotte soggiunse: « Potreste agitare più braccia del gigante Briarèo, chè me l’avete pur da pagare ».

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Ciò detto, e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinca sua signora, affinchè lo assistesse in quello scontro, ben coperto con lo scudo e con la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui s’incontrò e diede un colpo di lancia in una pala. Il vento in quel momento la spinse con tanta
furia, che ridusse in pezzi la lancia e si tirò dietro impigliati il cavallo e il cavaliere, il quale ricadde rotolando come un sacco per la campagna.

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S’affrettò Sancio Panza a soccorrerlo quanto potè il trotto dei suo asino, e quando gli fu vicino lo trovò che non si poteva movere, tanto impetuosamenie era stramazzato con Ronzinante.

– Dio buono! – proruppe Sancio – non dissi alla signoria vostra di stare attento a ciò che faceva, e che quelli eran mulini a vento? Li avrebbe riconosciuti chiunque non ne avesse degli altri per la testa.

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Taci, amico Sancio, – rispose don Chisciotte; – le sorti della guerra sono, più delle altre, soggette a continui cambiamenti: specialmente se, come credo, e come senza dubbio dev’essere, il savio Frestone, che mi svaligiò la stanza e portati via i miei libri, ha cambiati questi giganti in mulini, per togliermi la gloria di rimaner vincitore. Egli è mio nemico dichiarato, ma alla fine dei conti le sue male arti non potranno prevalere contro la bontà della mia spada.

– Faccia il signore quello che vorrà rispose Sancio Panza,

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e l’aiutò ad alzarsi ed a montare sopra Ronzinante, anch’egli mezzo fracassato. Quindi, continuando il discorso sull’accaduto, si avviarono a Porto Lápice dove don Chisciotte diceva che non sarebbero mancate avventure, essendo quello un luogo di gran passaggio. Ma lo impensieriva il trovarsi privo della lancia; e facendone parola collo scudiere, gli disse:

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– Mi ricordo di aver letto che un cavaliere spagnuolo, chiamato Diego Pérez di Vargas, avendo rotta la spada in un combattimento, tagliò da una quercia un pesante ramo, o forse il tronco, e con esso fece quel giorno tali prodigi di valore e schiacciò tanti Mori, che gli fu posto il soprannome di Schiaccia; e così egli e i suoi discendenti si chiamarono, da quel giorno in poi, Vargas e Schiaccia. Ti dico questo perchè dalla prima quercia o rovere che troveremo, voglio staccare un ramo fortissimo come lo immagino io, e tentare con esso prodezze tali che tu abbia a chiamarti ben fortunato di vederle e di essere testinionio a cose che difficilmente saranno credute.

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– Alla buon’ora – disse Sancio – io credo tutto quel che vossignoria mi dice; ma di grazia, si raddrizzi un poco, perchè mi sembra ch’ella penda troppo da questa parte, forse per effetto della sua caduta.

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-É proprio così – rispose don Chisciotte – e se non mi lagno del
dolore che sento è perchè non è permesso ai cavalieri erranti dolersi per nessuna ferita, quand’anche uscissero loro le budella del corpo

Se è così, non so che replicare – rispose Sancio; – ma Dio sa ch’io non troverei punto sconveniente che vossignoria si lagnasse quando è sofferente nella persona. lo, per me, le dico che mi lagnerò di ogni più piccolo male, se pure non crede che, al pari dei cavalieri erranti, anche i loro scudieri si debbano astenere dal lamentarsi. Rise don Chisciotte della semplicità del suo scudiere, e gli dichiarò che poteva lamentarsi a suo piacere e quando volesse, poichè egli non aveva letto negli ordini di cavalleria nessuna proibizione simile. Sancio avvertì il padrone che si avvicinava l’ora di pranzo…

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